sabato 10 gennaio 2015
Letter to the World: Martha Graham danza Emily Dickinson
Il mio libro su Letter to the World di Martha Graham è uscito. Qui maggiori info. Presto altre info che lo riguardano.
10 gennaio 2015
martedì 7 ottobre 2014
Fang-Yi Sheu nel ruolo di Colei Che Danza in Letter to the World di Graham
Fang-Yi Sheu è una delle più raffinate danzatrici Graham della sua generazione. Non è più membro della Graham Company ma spesso torna in qualità di artista ospite. Il 6 agosto del 2011 presso il Gerald Ford Amphitheatre ha danzato l'assolo di apertura di Letter to the World di Graham, ricostruito dal direttore artistico della compagnia Janet Eilber. Qui il link alla registrazione video fatta da Sergei Krasikof.
È un video molto prezioso in quanto fornisce un'idea di come il pezzo potrebbe essere oggi. La Graham Company, infatti, non lo ricostruisce e presenta dal 1988 e l'unico video disponibile al pubblico è in bianco e nero e custodito alla New York Public Library for the Performing Arts, con un'incredibile Pearl Lang nel ruolo da protagonista.
Questo assolo presenta il personaggio principale come una viviace ragazza senza espereinza alla ricerca della sua strada. Ella si muove in direzioni differenti, corre, si ferma e si muove di nuovo. Danza alcuni splendidi salti girati che vengono sottolineati dall'ampia gonna. Piega poi il torso in avanti diverse volte e danza una breve sezione alla panchina (durante la coreografia tornerà alla panchina in più di un'occasione). È una vera gioia guardare questa parte a colori (per la mia ricerca ho studiato il video in bianco e nero)!
Vi sono variazioni e cambiamenti qua e là in questo assolo riadattato che si pone, però come una coreografia squisita danzata in modo molto preciso da Fang-Yi Sheu. Allo stesso tempo, è importante ricordare da dove viene questo pezzo. Come si è detto rappresenta la prima danza di Colei Che Danza che, un attimo prima, si trova accanto a Colei Che Parla, la cui presenza viene solo evocata da questo rifacimento attraverso i versi dickinsoniani: "Non sapendo quando l'alba verrà / apro ogni porta", tratti dalla poesia 1619. La presenza di Colei Che Parla è strumentale per lo sviluppo della coreografia. Ella incarna l'altra Emily, l'Emily che parla e che si muove in modo più cauto rispetto a Colei Che Danza, seppure con la medesima forza. E i versi sono anch'essi molto importanti in quanto tracciano l'evoluzione del "viaggio interiore" di Colei Che Danza. L'espressione "viaggio interiore" veniva utilizzata da Graham stessa per esprimere questo particolare stato dell'anima.
Sono davvero contenta di questo breve passaggio coreografico e spero che Letter to the World venga presto ricostruita per intero.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese nel mio altro blog, qui il link.
7 ottobre 2014
Il toro, la mucca, il ritmo e la danza
Romaeuropa Festival, Auditorium della Conciliazione, Roma, 25 Settembre 2014, ore 21
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| Khan and Galván, foto Jean Louis Fernandez. |
Ci sono un toro e una mucca ('toro' e 'baka' nel titolo), violenza e pace, flamenco e kathak e c'è un po' di Spagna e India in Torobaka di Israel Galván e Akram Khan, spettacolo che ha aperto il festival Romaeuropa 2014. Secondo gli stereotipi la Spagna viene associata al flamenco e ai tori e l'India al kathak e alle mucche, ma questa coreografia è molto di più, in quanto ci porta in una dimensione dove l'eccellenza, l'ironia, l'intensità, il confrontarsi e il ritmo si mescolano in una performance superba.
Innanzi tutto il flamenco del coreografo e danzatore spagnolo Israel Galván è e non è flamenco, è piuttosto uno stile fenomenale che lo decostruisce dal didentro, spezzandone le linee e portando la sua natura percussiva a livelli quasi aerei. Poi vi è il kathak di Khan, che nel suo provocatorio lavoro coreografico, viene reinventato e miscelato con la danza contemporanea, fornendo un senso di appartenenza e una qualità tridimensionale al corpo in movimento.
Ecco già che le immagini iniziali di toro e mucca si sono sgretolate, perché Torobaka ha sì a che fare con l'incontro con l'Altro, ma è anche un oltrepassare simboli e stereotipi per raggiungere il ritmo pulsante in cui noi tutti viviamo. Possiamo chiamrlo un duetto? Galván e Khan sono i soli due danzatori sul palco e interagiscono molto fra loro, però il termine 'duetto' ha solo senso se lo moltiplichiamo, trasformandolo in una serie stratificata di altri che giocano un ruolo fondamentale nel pezzo: mi riferisco ai due musicisti, Bobote e B. C. Manjunath, ai due cantanti, David Azurza e Christine Leboutte e al ritmo e produzione di suoni.
Innanzi tutto il flamenco del coreografo e danzatore spagnolo Israel Galván è e non è flamenco, è piuttosto uno stile fenomenale che lo decostruisce dal didentro, spezzandone le linee e portando la sua natura percussiva a livelli quasi aerei. Poi vi è il kathak di Khan, che nel suo provocatorio lavoro coreografico, viene reinventato e miscelato con la danza contemporanea, fornendo un senso di appartenenza e una qualità tridimensionale al corpo in movimento.
Ecco già che le immagini iniziali di toro e mucca si sono sgretolate, perché Torobaka ha sì a che fare con l'incontro con l'Altro, ma è anche un oltrepassare simboli e stereotipi per raggiungere il ritmo pulsante in cui noi tutti viviamo. Possiamo chiamrlo un duetto? Galván e Khan sono i soli due danzatori sul palco e interagiscono molto fra loro, però il termine 'duetto' ha solo senso se lo moltiplichiamo, trasformandolo in una serie stratificata di altri che giocano un ruolo fondamentale nel pezzo: mi riferisco ai due musicisti, Bobote e B. C. Manjunath, ai due cantanti, David Azurza e Christine Leboutte e al ritmo e produzione di suoni.
La coreografia è suddivisa in varie sezioni e ha luogo su di un palco che in parte è coperto da una piattaforma circolare circondata dai musicisti e cantanti. All'inizio Galván e Khan sono entrambi scalzi mentre si affrontano, esplorando spazio e suono. Indossano lo stesso costume, una tunica che richiama il kathak e pantaloni aderenti che riportano al flamenco. Perfetto è il 'dialogo' fra
l'articolazione dei piedi di Galván e le percussioni di Manjunath.
Poi Galván indossa le sue scarpe di flamenco e danza un assolo al di fuori del cerchio, in avanti sulla destra, con un microfono. Di nuovo Manjunath è il suo alter ego che gioca con i movimenti di lui come Galván gioca con i suoni vocali di Manjunath. L'ironia è l'aspetto che emerge con più forza nella danza di Galván, irresistibile è il momento in cui punta il dito in alto esclamando "E.T. telefono casa". Questo è flamenco con piglio comico! Quando danza lo zapateado (movimento dei piedi nel flamenco) dentro il set di campane kathak di Khan, sappiamo che un cambiamento sta per avvenire e che Khan entrerà in scena.
l'articolazione dei piedi di Galván e le percussioni di Manjunath.
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| Azurza, Galván, Leboutte, foto Jean Louis Fernandez. |
Nella terza sezione Khan è a terra con un paio di scarpe di flamenco bianche sulle mani. Le suona sul palco, una contro l'altra alternando il loro suono con quello prodotto dalle sue ginocchia e testa. È come se il suono scorresse attraverso il suo corpo e potesse essere creato da qualsiasi cosa egli abbia o sia. Al posto dell'ironia di Galván qui abbiamo una densità profonda del movimento, persino quando Khan si diverte a 'dialogare' con Bobote che gli prende le scarpe di flamenco dalle mani per gettarle nelle quinte e iniziare a suonare las palmas (il battere delle mani del flamenco) provocando Khan. E Khan si siede su di una sedia e danza un assolo da seduto.
A questo punto i cantanti e musicisti si muovono al centro del palco in un ensamble di alta levatura. I cantanti Azurza e Laboutte sono impeccabili durante tutta la coreografia, cantando canzoni da tradizioni differenti come quella italiana e spagnola. In qualche parte sembrano rallentare il ritmo della danza, creando uno sbilanciamento inusuale, ma la loro bravura è ineccepibile per lo sfondo sonoro dei due performer.
L'ultima sezione è un'esplosione di movimento, suono e ritmo con Khan in totale simbiosi con le percussioni di Manjunath grazie alle sue ghungru (campane alle caviglie) che risuonano per tutto il teatro. Il ritmo è un elemento chiave in questo lavoro, un terreno comune per entrambi i danzatori. Da un punto di vista storico è difficile tracciare una via chiara che colleghi flamenco e kathak, ma, secondo alcuni, i gitani lasciarono l'India per viaggiare attraverso il Medio Oriente e l'Europa fino ad arrivare in Spagna. A questo proposito torna alla mente uno splendido documentario, Lacho Drom (1993) di Tony Gatlif dove vi sono pochi dialoghi, poiché il ruolo principale è dato dal ritmo della musica e della danza.
L'ultima sezione è un'esplosione di movimento, suono e ritmo con Khan in totale simbiosi con le percussioni di Manjunath grazie alle sue ghungru (campane alle caviglie) che risuonano per tutto il teatro. Il ritmo è un elemento chiave in questo lavoro, un terreno comune per entrambi i danzatori. Da un punto di vista storico è difficile tracciare una via chiara che colleghi flamenco e kathak, ma, secondo alcuni, i gitani lasciarono l'India per viaggiare attraverso il Medio Oriente e l'Europa fino ad arrivare in Spagna. A questo proposito torna alla mente uno splendido documentario, Lacho Drom (1993) di Tony Gatlif dove vi sono pochi dialoghi, poiché il ruolo principale è dato dal ritmo della musica e della danza.
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| Khan, foto Jean Louis Fernandez. |
7 ottobre 2014
giovedì 21 agosto 2014
"The Ancestress figure", mio saggio sulla rivista European Journal of American Culture
I saggi a volte richiedono tempo per essere pubblicati. A volte necessitano di essere riscritti, altre volte non vengono accettati su basi discutibili. A me è successo in diverse occasioni e, se ne avrò la forza (è un mio punto molto debole), tornerò a parlarne. Intato però ci sono saggi che vengono pubblicati, come è accaduto al mio (in inglese) "The Ancestress figure: Puritanism in Martha Graham's choreography", nell'odierno numero della rivista European Journal of American Culture edita da Intellect, qui il link per chi volesse approfondire. Il capitolo 6 del libro (in italiano) Letter to the World: Martha Graham danza Emily Dickisnon edito da Aracne e di prossima pubblicazione, è una versione un po' più aggiornata di questo saggio.
21 agosto 2014
La danza rituale di Martha Graham
LA MARTHA GRAHAM DANCE COMPANY IN ITALIA (TIVOLI)
Villa Adriana, Tivoli
(Roma), 25 giugno 2014, ore 21.00
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| The Rite of Spring, foto Musacchio&Ianniello. |
Non vedevo la compagnia dal 2010 e la prima cosa che ho notato è stato il cambiamento
nel cast. Molte persone nuove sono arrivate e questo la rende più
fresca senza che essa perda però il suo status. Allo stesso tempo, la presenza
di figure fondamentali come Tadej Brdnik e Blakeley White-McGuire la mantiene
in forma splendida. Diversion of Angels è
l’inizio ideale per una serata come questa. Si tratta di una delle poche
opere in cui Graham non creò una protagonista femminile, è
lirico, dinamico e gioioso e dedicato a tre aspetti dell’amore, ognuno danzato
da una donna che veste di un colore diverso: giallo per l’amore adolescenziale,
rosso per l’amore erotico e bianco per l’amore maturo. Ogni danzatrice ha un
partner ed entrambi sono spesso circondati da un gruppo di altre coppie. Eilber
ha parlato di un “mondo senza gravità” e di “disegni geometrici” riguardo a
questo pezzo ed è vero: la tecnica Graham, così radicata a terra, acquista un
sapore più leggero negli animati scambi disegnati dai danzatori. Natasha Diamond-Walker
è una raffinata Donna in Bianco e Abdiel Jacobsen danza squisitamente con lei, Mariya
Dashkina Maddux è particolarmente adatta al ruolo della Donna in Rosso, fatto
di precisione e fluidità. Appena entra sul palco, scivola sul suolo umido (l'aria è frizzante) ma si alza immediatamente ricordando in questo gesto uno dei
motti migliori di Graham “i miei danzatori cadono così che si possano
rialzare”. Quando esegue la split fall (caduta con spaccata) è come stesse
sciogliendosi al suolo in modo seducente per poi rialzarsi nel suo abito rosso
fuoco.
Nel 2012 l’uragano Sandy ha
causato molti danni alla compagnia, rovinando, per esempio, le sculture che
Isamu Noguchi aveva fatto per Errand into
the Maze. Questo danno ha portato alla nascita di Errand, una ricreazione della coreografia da parte di Luca Veggetti
che ha usufruito dell’aiuto di Miki Orihara, una delle principal dancers. Non vi sono sculture in questa versione, vi sono inoltre dei
cambiamenti nella coreografia, nei costumi e nelle luci. È probabilmente il
pezzo più emozionante della serata. Blakeley White-McGuire, minuta e dai capelli
rossi, è una protagonista superba alla ricerca di un modo per gestire le sue
paure, che sono impersonate dalla Creatura della Paura, danzata da Ben Schultz,
dal corpo tatuato e scultoreo. La coreografia rielabora il mito di Teaseo e
Arianna, laddove il primo viene assorbito dalla seconda che intraprende un
viaggio interiore. I cambiamenti apportati da Veggetti sono sottili e
significativi: un velo di colore chiaro copre la testa e il volto del danzatore
e sostituisce le corna ideate da Noguchi, un bastone trasparente e chic è al
posto di quello più artigianale di Noguchi. Tuttavia, l’elemento che colpisce
di più è che egli non lascia mai il palco e cammina lungo il suo perimetro
quando l’eroina danza i suoi assoli. E quando cammina, toglie il bastone da
dietro il collo dove di solito lo tiene mentre danza. La posizione del bastone
contribuisce in modo fondamentale a rendere i suoi movimenti rigidi e
bidimensionali. Questo cambiamento aggiunge un fattore di tensione misteriosa
al ruolo. L’interpretazione di White-McGuire, con le mani sul basso ventre
all’inizio del pezzo e la crescita della sua autodeterminazione nel momento in
cui combatte contro la Creatura, è davvero profonda. Questa è una
coreografia particolarmente ritualistica, sia nella forma che nel contenuto.
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| Depak Ine, foto Musacchio&Ianniello. |
Come lo sono le altre due
coreografie che seguono, Depak Ine e The Rite of Spring. Come sottolinea
Eilber nell’introduzione, nel creare Depak Ine, Nacho Duato si è
ispirato alla teoria evolutiva di Darwin ed ecco perché i danzatori si muovono restando molto a contatto col suolo anche se in maniera più fluida e rilassata
rispetto alla tecnica Graham. Ricordano inoltre creature postumane, il
risultato, forse, dell’incontro fa umani, animali e tecnologia ( la musica
elettronica di John Talbot è un tocco perfetto, a questo proposito). Guardare questo
pezzo pieno di rimandi dopo le coreografie di Graham crea uno spostamento
nella percezione che si ha delle capacità dei danzatori e delle loro altissime potenzialità
tecniche. Sono semplicemente incredibili! Si muovono in gruppi e a coppie con
PeiJu Cjien-Pott che giace sul palco prona per un bel po’. Una volta che ci
convinciamo che il suo ruolo è quello di fare da contrappunto statico e
immobile agli altri, si ‘sveglia’ e ci sbalordisce con una flessibilità che
raramente ho visto altrove: lancia le gambe attraverso lo spazio, piegandosi,
restando in piedi spezzando il continuum spazio-temporale…nella mia mente è un’incarnazione
nuova e vigorosa dell’Eletta, la vittima sacrificale del The Rite of Spring,
che chiude la serata.
Quest’ultima opera ha il sapore
delle culture di cui sopra dei pueblo del sudovest degli Stati Uniti in quanto uno
Sciamano, interpretato da un maestoso Ben Schultz, guida il sacrificio indispensabile per
una primavera propizia. Uomini e donne danzano in gruppi separati, il palco non
è molto grande e la struttura coreografica del pezzo magnificamente concepita
da Graham ne soffre un po’, anche se acquisisce un tocco intimo che prima non aveva. Quando
lo Sciamano sceglie la prorpia vittima è un momento drammatico di disperazione
e rivelazione: ella si trova sulle spalle delle suo partner dal quale viene quasi
subito strappata. Xiaochuan Xie danza un’Eletta belligerante, anche
quando viene soggiogata dallo Sciamano. Ritengo che migliorerà ancora di più col
tempo e l’esperienza necessaria per questo ruolo.
Il palco è ora vuoto, la gente
inizia a muoversi, una bella camminata ci attende per uscire da Villa Adriana,
la chiusura migliore per questo intenso rituale.
21 agosto 2014
venerdì 27 giugno 2014
Martha Graham Dance Company - Tivoli (foto)
Il 25 giugno sono stata a Tivoli al FestiVal Internazionale di Villa Adriana a vedere lo spettacolo della Martha Graham Dance Company, ecco alcune foto, presto la mia recensione.
27 giugno 2014
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| Arrivo a Villa Adriana al tramonto. |
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| Il programma della serata. |
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| Biglietto e programma. |
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| Poco prima dell'inizio. |
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| Percorrendo Villa Adriana dopo lo spettacolo. |
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| Uno scorcio di Villa Adriana dopo lo spettacolo. |
27 giugno 2014
lunedì 26 maggio 2014
La parola alla danza: come è andata?
Che cosa significa entrare in una scuola di danza e parlare di storia della danza? Significa mettere insieme due facce diverse della stessa arte, significa intessere relazioni, significa creare sinergie in un mondo, quello della danza, dove troppi aspetti viaggiano su binari differenti.
Ho iniziato questo progetto l'anno scorso nella scuola di danza di Lara Carelli, Talent's Dance (qui la locandina e qui alcune foto) e l'ho proseguito quest'anno presso Il Balletto di Macerata diretto da Eleonora Iacobucci e situato a Macerata proprio nella zona sotto lo sferisterio, qui il volantino. Si è trattato di fornire alcuni assaggi di quella che è la storia della danza, con tre appuntamenti, ognuno dei quali dedicati ad un tema: un excursus sulla storia della danza dal Rinascimento ai giorni nostri, un'analisi del balletto classico per eccellenza, Giselle, e una panoramica su due forme di danza che si situano fra storia e antropologia, tarantismo e flamenco.
Le domande che ci siamo fatti hanno riguardato il significato della storia della danza e, più in particolare, il rapporto con i documenti e con le coreografie stesse. Il Rinascimento è un periodo fondante in questo senso, perché è il periodo dei trattati di danza che ci permettono di ricostruire il senso che la danza aveva nelle corti di quel tempo. Il Romanticismo ci porta a capire molta della danza di oggi, poiché con le sue linee e geometrie non ci parla solo del balletto e del suo periodo d'oro, ma anche di quello che è oggi la danza classica e di quelle che sono le sue trasformazioni. La danza teatrale poi cede il passo ad altre danze che si sono imposte per la loro forza in stretto rapporto con il territorio dove sono nate. Ecco che quindi il tarantismo e il flamenco possono essere ripensati non tanto come fenomeni folcloristici o sensuali, ma come vere e proprie manifestazioni culturali di alto profilo.
Gli incontri sono andati molto bene, ringrazio Il Balletto di Macerata e tutte le persone che hanno partecipato, soprattutto gli attentissimi bambini che hanno fatto domande divertenti e importanti.
26 maggio 2014
Ho iniziato questo progetto l'anno scorso nella scuola di danza di Lara Carelli, Talent's Dance (qui la locandina e qui alcune foto) e l'ho proseguito quest'anno presso Il Balletto di Macerata diretto da Eleonora Iacobucci e situato a Macerata proprio nella zona sotto lo sferisterio, qui il volantino. Si è trattato di fornire alcuni assaggi di quella che è la storia della danza, con tre appuntamenti, ognuno dei quali dedicati ad un tema: un excursus sulla storia della danza dal Rinascimento ai giorni nostri, un'analisi del balletto classico per eccellenza, Giselle, e una panoramica su due forme di danza che si situano fra storia e antropologia, tarantismo e flamenco.
Gli incontri sono andati molto bene, ringrazio Il Balletto di Macerata e tutte le persone che hanno partecipato, soprattutto gli attentissimi bambini che hanno fatto domande divertenti e importanti.
26 maggio 2014
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