venerdì 27 giugno 2014

Martha Graham Dance Company - Tivoli (foto)

Il 25 giugno sono stata a Tivoli al FestiVal Internazionale di Villa Adriana a vedere lo spettacolo della Martha Graham Dance Company, ecco alcune foto, presto la mia recensione.

Arrivo a Villa Adriana al tramonto.
Il programma della serata.
Biglietto e programma.
Poco prima dell'inizio.
Percorrendo Villa Adriana dopo lo spettacolo.



Uno scorcio di Villa Adriana dopo lo spettacolo.

27 giugno 2014

lunedì 26 maggio 2014

La parola alla danza: come è andata?

Che cosa significa entrare in una scuola di danza e parlare di storia della danza? Significa mettere insieme due facce diverse della stessa arte, significa intessere relazioni, significa creare sinergie in un mondo, quello della danza, dove troppi aspetti viaggiano su binari differenti.

Ho iniziato questo progetto l'anno scorso nella scuola di danza di Lara Carelli, Talent's Dance (qui la locandina e qui alcune foto) e l'ho proseguito quest'anno presso Il Balletto di Macerata diretto da Eleonora Iacobucci e situato a Macerata proprio nella zona sotto lo sferisterio, qui il volantino. Si è trattato di fornire alcuni assaggi di quella che è la storia della danza, con tre appuntamenti, ognuno dei quali dedicati ad un tema: un excursus sulla storia della danza dal Rinascimento ai giorni nostri, un'analisi del balletto classico per eccellenza, Giselle, e una panoramica su due forme di danza che si situano fra storia e antropologia, tarantismo e flamenco.

Le domande che ci siamo fatti hanno riguardato il significato della storia della danza e, più in particolare, il rapporto con i documenti e con le coreografie stesse. Il Rinascimento è un periodo fondante in questo senso, perché è il periodo dei trattati di danza che ci permettono di ricostruire il senso che la danza aveva nelle corti di quel tempo. Il Romanticismo ci porta a capire molta della danza di oggi, poiché con le sue linee e geometrie non ci parla solo del balletto e del suo periodo d'oro, ma anche di quello che è oggi la danza classica e di quelle che sono le sue trasformazioni. La danza teatrale poi cede il passo ad altre danze che si sono imposte per la loro forza in stretto rapporto con il territorio dove sono nate. Ecco che quindi il tarantismo e il flamenco possono essere ripensati non tanto come fenomeni folcloristici o sensuali, ma come vere e proprie manifestazioni culturali di alto profilo.

Gli incontri sono andati molto bene, ringrazio Il Balletto di Macerata e tutte le persone che hanno partecipato, soprattutto gli attentissimi bambini che hanno fatto domande divertenti e importanti.

26 maggio 2014

lunedì 28 aprile 2014

Martha Graham

Susanne Franco, MarthaGraham, Palermo, L’Epos, 2003.

http://www.planetacommerce.it/img/libri/lib_B3BWUn.jpg
Gli studi critici su Martha Graham stanno finalmente prendendo il via. Di recente, in lingua inglese, sono stati pubblicati due volumi importanti, Martha Graham in Love and War (2012) di Mark Franko e Martha Graham – Gender & The Haunting of a Dance Pioneer (2013) di Victoria Thoms. A parte questi testi, la maggior parte degli studi su di lei in forma di libro si sono concentrati su di una prospettiva biografica. Un’eccezione è emersa prima di questi due studi che ha contribuito a dare un’impronta diversa a quelli che potremmo (anzi dovremmo)  definire i Graham Studies. Si tratta della monografia critica in italiano di Susanne Franco, pubblicata per la prima volta nel 2003 e ristampata nel 2006. Intitolata semplicemente Martha Graham, analizza l’opera della coreosofa statunitense seguendo dei concetti-chiave come politica, sesso e religione che servono a tracciare dei percorsi critici lungo la fertile produzione grahamiana. Non è un testo semplice per chi è digiuno di studi critici e teorie di genere, ma è un testo importante perché ci mostra Graham secondo una prospettiva critica complessa, senza ridurla sempre e solo a mito inossidabile.

Il testo si apre con un’accurata introduzione a Graham in un contesto, quello della rivoluzione operata da Isadora Duncan e altri esponenti della cosiddetta “danza libera”, caratterizzato da un cambiamento fondamentale nella concezione del corpo in movimento, che non viene più considerato “come un’entità prelinguistica e pre-culturale, ma come l’espressione di convenzioni culturali”. Franco aggiunge che “ogni tecnica di danza non soltanto esprime le relazioni esistenti tra corpo e società, ma anche le opinioni che all’interno di un preciso orizzonte culturale si formano in merito agli scopi di quest’arte”. La tecnica Graham si sviluppa, in questo senso, a partire dal corpo di Graham, dal suo vissuto, dalle sue esperienze, dal suo bisogno di esprimersi in un mondo pieno di forti cambiamenti. È stato il frutto di una costante sperimentazione che, assieme all’insegnamento e alla pratica coreografica, ha poi portato a quella grammatica del corpo che conosciamo oggi. Movimento base è l’alternarsi della contraction-and-release, la contrazione e la distensione del torso in base alle quali le altri parti del corpo poi si muovono. Franco tratta delle figure importanti che hanno contribuito allo sviluppo della coreosofia grahamiana, come Ruth St. Denis, la sua insegnante di danza presso la scuola Denishawn, Louis Horst, il musicista, compositore, mentore e per un periodo anche amante, John Martin, il giornalista critico di danza del New York Times, ed Erick Hawkins, danzatore col quale ebbe una duratura relazione e che poi sposò (a dal quale divorziò). Enumerate sono anche le prime coreografie e i primi capolavori, come Lamentation (1930), Primitive Mysteries (1931) e American Document (1938).

La seconda parte è, principalmente, incentrata sulla politica in riferimento a Graham, fatto questo che può sembrare inappropriato, ma che trova nella sua produzione degli anni Trenta, un’interessante e acceso dibattito sulla danza. È in questo periodo che prende il via un nuovo rapporto fra danza e politica con la New Dance Group, che proponeva un tipo di danza impegnata che riflettesse la difficoltà dei tempi. Fra i suoi membri vi erano anche danzatori della Compagnia di Graham, come Jane Dudley che compose l’assolo Time is Money (1934) danzato sulle parole dell’omonima poesia di Soul Funaroff. Siamo nel decennio che segue la Grande Depressione, decennio permeato dalla paura del comunismo che, nel dopoguerra, con il senatore McCarthy, si tramuterà in una vera e propria caccia alle streghe. Questi danzatori appartenevano alle file della sinistra radicale e intendevano avviare una rivoluzione attraverso la danza, puntando su di uno stile di movimento semplice e su contenuti forti. A sostenere questi propositi vi erano anche delle riviste, come il New Masses che, ad un certo punto, coinvolse direttamente Graham nel dibattito. Graham, infatti, era già divenuta una presenza importante nel panorama della danza del tempo e nei suoi lavori si era spesso concentrata sul rapporto fra individuo e società con uno stile e tecnica fortemente marcati. Per questo fu accusata di eccessivo formalismo e di non abbracciare la causa della sinistra. Graham non intendeva impegnarsi esplicitamente in queste questioni, ma il dibattito la influenzò nella creazione di alcune coreografie, come lo splendido assolo Deep Song (1937), ispirato alla Guerra Civile Spagnola.

La terza parte si occupa della fase successiva della produzione grahamiana, con un accento particolare rivolto ai suoi ritratti femminili, ritratti che assumono man mano un carattere profondamente introspettivo e che si rifanno a figure letterarie, bibliche e mitologiche. È di questo periodo la coreografia Letter to the World (1940), dedicata ad Emily Dickinson, o anche Deaths and Entrances (1943) ispirata alle sorelle Brontë, Herodiade (1944) che riprende una poesia di Mallarmé, Seraphic Dialogue (1955) dedicata a Giovanna D’Arco, Embattled Garden (1958) ispirata ad Adamo ed Eva e così via. Franco sottolinea come “in questa costante tensione tra ribellione ai tradizionali canoni della femminilità e accettazione di un destino che faceva quasi sempre soccombere le eroine davanti al dominio maschile, si è posta (…) gran parte della sua produzione degli anni Quaranta e Cinquanta”. In questo filone si inserisce anche la versione che Graham compone del Rite of Spring (1984), coreografia culto del Novecento creata da Vaslav Nijinsky nel 1913 e reinterpretata da numerosissimi coreografi dopo di lui. Anche in questa visione, Graham pone la sua interpretazione significativa che mette al centro una protagonista femminile lacerata dalla paura e dal tormento.

La quarta parte è dedicata allo spazio della scrittura, spazio troppo spesso ignorato dai critici. Danzatori e coreografi, infatti, spesso lasciano volumi e quaderni di notazioni e appunti che sono uno strumento a volte preziosissimo per capire la loro visione. E Graham eccelse anche in questo con i suoi Notebooks, serie di annotazioni di vario tipo che vennero pubblicate nel 1973. A corredare questa parte vi è un excursus sul rapporto fra danza e altre arti, come la musica, la scenigrafia e i costumi.

La quinta parte è dedicata alla controversa battaglia legale che è scoppiata dopo la sua morte. Designando come unico erede il suo braccio destro degli ultimi anni, Ron Protas, poco esperto della sua tecnica come del suo repertorio, Graham ha di fatto messo a rischio la preservazione del suo lavoro per le generazioni future. Il Martha Graham Center ha però ingaggiato una battaglia dalla quale è uscito quasi del tutto vincitore e la Compagnia è ora in grado di sfoggiare quasi tutti i capolavori creati dalla sua fondatrice. “A chi appartiene la danza?” si chiede Franco. È questa una domanda ancora senza risposte certe e che alcune grandi Compagnie internazionali, come quella di Antonio Gades e di Merce Cunningham, stanno gestendo a modo loro.

Chiude il testo una serie di apparati che includono una breve delineazione della vita di Graham, una sezione iconografica, una ballettografia, una videografia e una bibliografia essenziale.

28 aprile 2014

lunedì 17 febbraio 2014

La parola alla danza - Storia della danza: un assaggio

Rosella Simonari durante l'incontro, foto di Mauro Martella.

Il pubblico presente, foto di Mauro Martella.
Sabato 15 febbraio si è tenuto il priomo dei tre incontro dedicati alla storia e cultura della danza presso la scuola di danza Il Balletto di Macerata. Titolo dle progetto, La parola alla danza: a tu per tu con storia e cultura dell'arte in movimento, qui i dettagli.
L'incontro è andato molto bene, il pubblico presente è stato particolarmente attento ed ha posto domande e riflessioni importanti che hanno arricchito l'incontro. I più piccoli pure sono stati carinissimi. In particolare uno si è più volte prestato a mostrare dei passi di cui parlavo e a fare domande mai scontate.
Il luogo, lo studio di danza della Scuola, ha contribuito in modo fondamentale a creare l'atmosfera calda e rilassante dell'incontro.
Il prossimo appuntamento è per sabato 15 marzo alle ore 18.00 per parlare di Giselle e del balletto romantico.

17 febbraio 2014

sabato 25 gennaio 2014

La parola alla danza


Fra febbraio e marzo presso la sede de Il Balletto di Macerata, vi saranno tre incontri a mia cura sulla storia e cultura della danza.


25 gennaio 2014

giovedì 2 gennaio 2014

Ricordanze


Susanne Franco, Marina Nordera, a cura di, Ricordanze – Memoria in movimento e coreografie della storia (Torino: UTET, 2010). 

La danza vive cibandosi di quella che Susanne Franco e Marina Nordera chiamano l’ambivalente “retorica dell’effimero” che, da un lato, porta a non lasciare tracce dietro di sé e, dall’altro, tende a sfuggire più facilmente a censure e controlli. La danza sembrerebbe dunque relegata alla dimensione dell’oralità e, in questo senso, collegata al concetto di memoria. Ma non è precisamente così che vanno le cose, in quanto la danza lascia delle tracce che possono essere raggruppate e anche catalogate in appositi archivi così che lo storico o la storica possa consultarli e mettere insieme il mosaico affascinante che denominiamo danza. La memoria quindi si relaziona alla storia in un rapporto non sempre felice, ma che può fare di un corpo una sorta di archivio vivente e del racconto storico una narrazione non oggettiva.

Questo testo splendido, importantissimo e ricco raccoglie gli interventi di numerosi studiosi sul tema storia e memoria, tema che viene suddiviso in sei punti di vista differenti: archivio ed esperienza; incorporazione; eredità rappresentate; sulle tracce; oblio, assenza, rimozione; trasmettere.

Il primo indaga la nozione di archivio che Laurent Sebillotte definisce come una “pietrificazione apparente” in quanto l’esperienza dell’archivio, ossia l’analisi delle tracce lasciate dalle performance del passato, può divenire un “atto creativo in sé”. In questa sezione, a parte l’ottimo saggio dello stesso Sebillotte, vi sono quelli di Patrizia Veroli e Marina Nordera, che con specificità proprie, trattano dell’importanza dell’archivio in relazione rispettivamente ad Aurel Milloss e Francine Lancelot.

Il secondo si concentra sul termine di recente formazione, ‘incorporazione’, che “fa del corpo un deposito attivo di memoria a cui attingere”. I saggi di Susan Leigh Foster, Basile Doganis e Annalisa Sacchi propongono riflessioni particolarmente stimolanti, che spaziano dal concetto di ‘simpatia cinestetica’ del giornalista e teorico della danza John Martin, ossia della capacità di un corpo di percepire fisicamente quello che un altro corpo fa, a quello di ‘kata’ (forma o stampo in giapponese) che ha a che fare con delle “sequenze gestuali strutturate” nella tradizione dell’arte marziale.

Il terzo è uno dei più accessibili ed è dedicato alle ‘eredità rappresentate’ il cui significato si interseca con quello di canone, “vale a dire una lista di opere ritenute degne di essere trasmesse perché rappresentative di una certa cultura”. Il canone ha i suoi limiti dato che tende a “cristallizzare nel tempo le opere”. In ambito coreutico è rapportabile a quello di repertorio, ma proprio per questo, si auspicano le curatrici, dovrebbe “essere di volta in volta ristabilito”. Accanto a questo tipo di eredità vi è poi quello occultato, come accade, in alcuni casi, per le danze tradizionali (la pizzica ne è un esempio). I saggi di questa sezione sono particolarmente interessanti e vertono su eredità rappresentate alquanto differenti: Mattia Scarpulla analizza la produzione di Ea Sola fra memoria e archivio evidenziandone le contraddizioni fruttuose, Jacqueline Shea Murphy si occupa della haka maori che incarna un esempio importante di relazione di potere fra bianchi e maori, Susanne Franco presenta due rivisitazioni di un’opera appartenente al canone, Le Jeune Homme et la Mort di Roland Petit fra “diritti d’autore e doveri della memoria”.

Il quarto punto ha un titolo evocativo, “Sulle tracce” e s’incentra sulla questione della ricostruzione e sulla problematizzazione delle fonti, ossia su quel processo di contestualizzazione delle tracce che una coreografia lascia dietro di sé. A questo proposito il saggio di Yvonne Hardt è innovativo nel delineare lo sviluppo dello spettacolo TR_C_NG del 2007, uno spettacolo che coniuga “indagine accademica e produzione artistica”; quello di Peggy Phelan commovente nel mescolare i ricordi personali incentrati su di una persona cara scomparsa e l’Orfeo di Trisha Brown secondo il filo conduttore della morte; infine il saggio di Alessandro Pontremoli è un tripudio di spunti col suo cavalcare gli archivi e le memorie coreutici alla corte quattrocentesca degli Sforza.

Il quinto è forse il più interessante, “Oblio, assenza, rimozione” in quanto porta a riflettere sul concetto di assenza e dimenticanza. L’oblio viene paragonato alla morte in quanto “sembra minare alla base la possibilità stessa della rappresentazione del passato”. D’altro canto però, l’oblio potrebbe anche rappresentare “una strategia di difesa” per rimuovere delle esperienze traumatiche. Il saggio di Mahalia Lassibille indaga lo sguardo dell’etnologo e i rischi di etnocentrismo che esso comporta; quello di Gerald Siegmund si concentra sulla Sagra della primavera di Pina Bausch interpretandolo “come un viaggio nella natura traumatica del movimento”; e quello notevole di Beatriz Martinez del Fresno che narra del ruolo della Sección Femenina della Falange franchista nella “memoria collettiva della danza del dopoguerra”.

Il sesto è intitolato "Trasmettere", concetto chiave nel discorso sulla relazione fra storia e memoria che consta nel passaggio di conoscenze e che ci dice molto su cosa intendiamo per tradizione. Joëlle Vellet parla di “memoria plurale e multiforme” e della trasmissione come di un’avventura “per superare delle prove”; Avanth Meduri ci llustra la “trasmissione della danza sudasiatica a Londra”, un percorso frutto di diverse tappe e trasformazioni a seguito dei camibamenti apportati dalla globalizzazione e non solo; e Jens Giersdorf presenta una riflessione su Patricio Bunster, e sulla “funzione politica della coreografia”.


2 gennaio 2014

sabato 21 dicembre 2013

Carmen e la danza a Jesi (Ancona)


Lezione spettacolo a cura di Rosella Simonari      
Parte di Atelier 68/ter, 26-27-28 dicembre 2013

Lezione: Rosella Simonari
Danza: Michela Fossà
Sonorizzazione: [Nooz] 


La storia di Carmen è inesorabilmente legata al mondo della danza. Carmen infatti è una gitana esperta nel danzare e sedurre attraverso il suo corpo. Sin dalla novella di Prosper Mérimée (1845), che ha dato vita al mito, il fascino di Carmen risiede nel suo sapersi muovere e danzare. Nell’opera di Georges Bizet (1875) la mezzo-soprano che interpreta Carmen è chiamata a danzare all’inizio del secondo atto. Da allora la sua figura ha oltrepassato i confini della letteratura e dell’opera per approdare nel mondo del cinema e della danza. In particolare nella storia della danza coreografi del calibro di Roland Petit, Antonio Gades e Mats Ek si sono cimentati con il mito della gitana spagnola, ognuno fornendo la propria interpretazione, deformando e reinventando il mito. Il rapporto con la danza è poi a doppio taglio in quanto facile preda di una visione stereotipata che tende a reificare il corpo femminile riducendolo a oggetto di piacere.

La lezione spettacolo è stata ideata per sondare il rapporto fra il mito di Carmen e la danza nella novella, nell’opera e nelle sopramenzionate coreografie con una riflessione finale sulla relazione fra donna danza e corpo. È stata pensata per far interagire tre linguaggi nello stesso spazio e tempo: la parola, gestita dalla storica della danza Rosella Simonari, il corpo in movimento, danzato dalla danzatrice di flamenco Michela Fossà e il suono miscelato da dj [Nooz].

QUANDO: 27 dicembre 2013

DOVE: Sca Tnt, Via Gallodoro 68/ter

ORA: 21:00 (ma se si vuole arrivare prima si può gustare la buonissima apericena a cura del Tnt)

INFO: 3286443996


21 dicembre 2013